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I terremoti

Il Terremoto del 1783

Il 5 febbraio 1783, per due interminabili minuti, la terra scosse con violenza la Calabria Ulteriore e il Messinese. Fu l’inizio di una crisi sismica che proseguì per quasi due anni, con scosse frequenti e devastanti. La distruzione non riguardò soltanto edifici pubblici e abitazioni: a cambiare fu l’intera fisionomia del territorio. Il suolo si aprì con profonde voragini, intere colline franarono, i corsi d’acqua mutarono il loro percorso e dalle viscere della terra emersero laghetti stagnanti, divenuti in breve pericolosi focolai di malattie.

Il 14 febbraio, la fregata Santa Dorotea, salpata da Messina e approdata a Napoli, portò a corte le prime testimonianze dirette dell’immane tragedia. Avvisato della gravità della situazione, re Ferdinando IV di Borbone dispose i primi aiuti per le popolazioni colpite e inviò nelle Calabrie il principe di Strongoli, Francesco Pignatelli, con il titolo di vicario generale e pieni poteri. Al suo fianco gli ingegneri Antonio Winspeare e Francesco La Vega, incaricati di avviare i rilievi e predisporre i piani di ricostruzione.

Per affrontare l’enorme costo della rinascita, su proposta dello stesso Pignatelli e con l’approvazione di papa Pio VI, il sovrano istituì la Cassa Sacra, con sede a Catanzaro. L’ente aveva il compito di gestire i beni degli ordini religiosi soppressi e di destinare i proventi alla ricostruzione dei territori devastati.

Il terremoto fu interpretato come un’occasione per ridisegnare la città secondo un nuovo ordine urbano e spirituale. L’ingegnere napoletano Giovan Battista Mori fu incaricato di progettare la “città nuova”, fondata su principi di razionalità e armonia.

Il suo piano prevedeva due linee guida fondamentali: la razionalizzazione della rete viaria, per porre fine al disordine dei vicoli medievali, e l’apertura della città verso il mare, attraverso l’abbattimento delle mura difensive e la creazione di una raffinata palazzata fronte mare, ispirata a quella di Messina.

Condizionato dalla particolare conformazione del territorio, chiuso tra il mare a ovest, le pendici dell’Aspromonte a est e le fiumare Annunziata e Calopinace rispettivamente a nord e a sud, Mori concepì un impianto urbano rettangolare, esteso per circa un chilometro lungo la costa. Al centro tracciò un’ampia arteria parallela al mare, lo “Stradone” (l’attuale Corso Garibaldi), da cui si diramavano vie ortogonali che tagliavano la città “da mare a monte”. Queste vie, seguendo le pendenze naturali del terreno, offrivano prospettive scenografiche che si aprivano come autentici “cannocchiali” sul mare.

Sul nuovo asse urbano si affacciavano due piazze principali: il “Tocco Grande” (la piazza della Cattedrale) e il “Tocco Piccolo” (oggi piazza Italia). Le antiche mura, gravemente lesionate, furono abbattute, restituendo alla città un rapporto diretto con il mare. I rioni, organizzati con una viabilità interna autonoma, comprendevano più isolati simmetrici che nell’insieme conferivano regolarità e armonia all’impianto progettato.

Approvato a Napoli nel marzo del 1785, il “Piano Mori” sancì la fine definitiva dell’antico impianto medievale e inaugurò una nuova stagione per Reggio Calabria: una città ricostruita secondo i principi dell’Illuminismo, proiettata verso la modernità e verso il mare.

Il Terremoto del 1908

All’alba del 28 dicembre 1908, quando la città dormiva ancora avvolta nel silenzio invernale, lo Stretto di Messina fu scosso da un boato profondo, seguito da un tremore crescente e inarrestabile. Per quaranta interminabili secondi, la terra tremò con una potenza mai registrata prima nella regione: una magnitudo di 7.1 tale da scuotere un’area molto vasta tra Calabria e Sicilia.

In pochi istanti, Reggio Calabria e Messina vennero travolte da una furia senza precedenti. Degli oltre duecento comuni coinvolti, furono le due città sulle sponde dello Stretto a subire le perdite più gravi: l’80% degli edifici crollò, lasciando dietro di sé macerie, polvere e silenzio. Si stima che circa 120.000 persone persero la vita: quasi la metà degli abitanti di Messina e un terzo di quelli di Reggio.

Come se non bastasse, a distanza di pochi minuti, la tragedia fu seguita da un maremoto di eccezionale violenza. Onde alte anche fino a dodici metri si abbatterono sulle coste, travolgendo barche, magazzini, abitazioni e trascinando via i sopravvissuti. Per giorni, l’entità del disastro rimase sconosciuta. Le linee telegrafiche interrotte, le strade distrutte e le coste impraticabili resero impossibile la comunicazione con il resto d’Italia. Solo alla fine del gennaio 1909 fu possibile comprendere la portata reale della catastrofe: città interamente rase al suolo, infrastrutture collassate, il patrimonio culturale e artistico gravemente danneggiato e un tessuto socio-economico completamente spezzato. Oltre alle perdite materiali, il terremoto generò una tragedia umana di proporzioni inimmaginabili. Migliaia di sfollati si ritrovarono senza casa, senza lavoro, senza affetti e molti di loro, spinti dalla disperazione, partirono verso le Americhe, alimentando una nuova ondata migratoria.

Il dramma dello Stretto commosse il mondo. Per la prima volta nella storia moderna, si scatenò una gara di solidarietà nazionale e internazionale. Giornali e testate di ogni paese raccontarono l’immane disastro; associazioni, governi e semplici cittadini si mobilitarono per inviare aiuti.

Il re Vittorio Emanuele III e la regina Elena si recarono personalmente a Messina, portando soccorso ai feriti e conforto ai sopravvissuti. Le navi della Regia Marina furono trasformate in ospedali galleggianti, mentre nello Stretto arrivavano continuamente imbarcazioni cariche di viveri, legname e coperte. Anche le grandi potenze straniere offrirono il proprio sostegno. Il presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt, convocò d’urgenza il Congresso che stanziò 50.000 dollari e inviò sedici navi militari per i soccorsi. L’imperatore Guglielmo II di Germania fece giungere materiali e mezzi per la costruzione di rifugi temporanei, mentre da tutta Europa partirono raccolte di fondi e carichi umanitari.

Ma accanto alla solidarietà, non mancarono le polemiche. La stampa italiana denunciò la disorganizzazione dei soccorsi, la lentezza dell’esercito, la mancanza di coordinamento e gli abusi di potere. Tuttavia, da quella tragedia nacque una nuova consapevolezza: lo Stato italiano comprese l’urgenza di agire. Nel Regio Decreto emanato nell’aprile del 1909 fu presentata la prima individuazione delle zone sismiche nel territorio nazionale e soprattutto furono stabilite nuove norme tecniche per le costruzioni. Dopo la devastazione del terremoto del 1908, Reggio Calabria si trovò di fronte alla necessità di ricostruire non solo le case, ma l’intera identità urbana della città. A guidare questa rinascita fu l’ingegnere Pietro De Nava, incaricato di redigere il nuovo piano regolatore, approvato poi con Regio Decreto nel 1911.

Il piano De Nava rappresentò un’evoluzione coerente del precedente piano Mori del 1785. Il nuovo impianto confermava la struttura a scacchiera regolare, con vie rettilinee che si intersecavano perpendicolarmente lungo l’asse principale del Corso Garibaldi, cuore pulsante della città. Le direttrici di sviluppo vennero mantenute verso nord e verso sud, secondo lo stesso schema razionale, senza piegarsi alle irregolarità della morfologia naturale del territorio. La ricostruzione divenne così un esempio emblematico di urbanistica moderna improntata all’ordine, alla simmetria e alla funzionalità.

Reggio Calabria divenne anche un laboratorio sperimentale per le nuove tecniche costruttive antisismiche. Per la prima volta, il cemento armato fu introdotto nell’edilizia pubblica, segnando una svolta decisiva nella storia dell’architettura italiana. Molti professionisti contribuirono alla rinascita della città: oltre a De Nava, si distinsero Zerbi, Spinelli e Farinelli per le opere private, e Zani, De Simone e Laviny per numerosi edifici pubblici.

Un ruolo determinante ebbe anche Giuseppe Valentino, assessore ai Lavori Pubblici e successivamente sindaco. Durante il suo mandato, promosse importanti modifiche al piano regolatore: l’ampliamento di piazza Duomo e piazza Vittorio Emanuele e la nuova sistemazione della via Marina, progettata con una larghezza di 50 metri secondo le norme prescritte. Nel suo disegno, la parte centrale fu trasformata in un’elegante zona verde alberata, capace di armonizzare il dislivello tra i due viali paralleli e restituire alla città un fronte mare di grande respiro e bellezza.

Il piano De Nava diede così forma a una Reggio moderna, sicura e razionale, in cui la visione urbanistica si intrecciava con la speranza di una comunità che, dalle rovine, seppe reinventare il proprio futuro.

POR CALABRIA FESR/FSE 2014/2020
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