Reggio Raccontata
«La situazione di Reggio è amenissima sotto di un cielo felice. La terra è sterile ma abbondante di acque eccellenti colle quali s’inaffiano gli agrumi, per cui vi danno un gran prodotto. Reggio chiamasi piazza [d’armi] impropriamente: il suo castello è rovinato ed è meno di un castello baronale, e le sue fortificazioni non sono niente…La città è rovinata ed il popolo non è attivo. Si sta riedificando con regolarità, ma non sarà mai una città importante colla presente sua costituzione…Ci si assicura che Reggio poco sofferse co’ tremuoti e che gli edifici si potevano restaurare. Per le disposizioni date dal vicario generale tutto fu demolito per aversi strade regolari ed anche le mura. Pochissimi edifizi sono stati rifabbricati e da per tutto la città mostra le rovine procurate dopo i tremuoti. Molti buoni edifizi di monasteri si sono perduti per tirarsi il legname, le tegole, i mattoni, ecc. Questo è stato un disastro generale nella Calabria, come s’è veduto.
La città mostra l’aspetto di un gran villaggio ma miserabile e rozzo, e lo è nel fatto…Vi mancano li collegi d’educazione e di arti, per cui cresce una cattiva genia; e questo è un male generale. Manca un teatro da ingentilire li costumi, difetto comune a tutta la Calabria…Le terre di questo paraggio sono di loro natura sterili, ma il vantaggio delle acque e la dolcezza del clima le rende atte a tutti i prodotti che vi prosperano assai bene.
Le acque di Reggio sono eccellentissime, leggere, salubri. Vicino al lido sorge l’acqua dolce: scavandosi anche ne’ luoghi coperti dall’onde del mare si rinviene acqua dolce. Reggio è posto tra due fiumi. Il Calopinace o sia Tauricino scorreva prima circa le mura della città, ma per le fortificazioni della città fu deviato il suo corso. Questo da quando in quando ritorna all’antico letto e produce guasti enormi, con gran’ danni de’ possessori de’ fondi adiacenti.»
Giuseppe Maria Galanti
"Giornale di viaggio in calabria" (1792)«All’alba mi sono preparato per una spedizione esplorativa e ben presto mi sono dondolato un po’ qui e un po’ là per cercare la migliore veduta di Reggio fra infiniti fichidindia e sentieri d’aloe, giardini pieni di fichi e aranceti. Reggio è veramente un grande giardino e senza dubbio uno dei posti più belli che si possono trovare sulla terra. Un Castello, quasi distrutto, bellissimo per colore, pittoresco per forma, domina la lunga città, lo Stretto e, più in là, il Mongibello coronato di neve. Sotto le mura del castello sono sparsi giardini di aranci, limoni, cedri e bergamotti, e tutto questo genere di frutta è chiamato dagli Italiani “agrumi”; il grande verde che va dal colle alla spiaggia e fin dove l’occhio può vedere da una parte all’altra, è solo diviso dalle grandi linee bianche di qualche corso di torrente. Tutta la ricchezza della vegetazione siciliana giace sullo sfondo: mandorli, oliveti, cactus, palme, aloe e fichi formano splendidi angoli ovunque ci si muove.»
Edward lear
“Diario di un viaggio a piedi. Reggio Calabria e la sua provincia” (1852)«Dalla sua posizione naturale Reggio è destinata a una storia inquieta. Era una delle porte della Magna Grecia, si trovava proprio sulla strada della conquista romana quando questa cominciò a espandersi verso la Sicilia: offriva punti d’importanza strategica a ogni invasore o difensore della penisola durante le guerre del Medioevo. Goti e Saraceni, Normanni, Teutoni e Turchi conquistarono, saccheggiarono e abbandonarono, gli uni dopo gli altri, questa piazzaforte che domina lo stretto di mare. Poi, i terremoti, una minaccia sempre presente, fra l’Etna e il Vesuvio; quello del 1783, che seminò la distruzione in tutta la Calabria, lasciò Reggio in rovina, così che oggi ha l’aspetto di una città di costruzione recente, con strade regolari che si incurvano, come in un anfiteatro, sul pendio che si eleva fra la costa e il monte. Poco è visibile di Rhegium sopra la terra; e delle età successive non resta quasi altro che la fortezza normanna, così sconquassata dal disastro di un secolo fa che larghi spacchi mostrano dove le mura in rovina franarono più in basso, sul fianco del monte.
Dapprincipio non si hanno occhi e pensieri che per il paesaggio. Dalla passeggiata lungomare, Via Plutino, bellezze e glorie indescrivibili si offrono ad ogni volger del capo. L’Aspromonte con le sue foreste e le sue rupi; strade abbaglianti, cosparse di cristalli di sale, che si aprono, verso nord e verso sud, sull’orizzonte marino; e dall’altra parte, l’isola montuosa, incappucciata di neve.»
George Gissing
"Sulla riva dello jonio" (1901)«Ormai in quel lido, non altra opera umana si compie che l’ultima; il seppellimento. Non si aggirano tra le rovine se non fossori. E i fossori sono militi, come dopo una battaglia. E fu invero una battaglia quale mai non si raccontò nella storia degli uomini. Una immensa torma di cavalli […] sembrò passare al galoppo, sottoterra, nella fragorosa carica di un minuto. Una bocca di fuoco sparò […] col rombo di cento cannoni in uno, nel cupo silenzio della notte. E il mare si alzò di cinquanta metri, e la terra si abbassò e poi balzò su. E un soffio vastissimo di luce rossa, come un’improvvisa aurora boreale, alitò dal lido opposto; e un astro o più astri si sgretolarono in cielo. Fu una battaglia davvero, ma di Titani, ridesti dal loro sonno millenario in fondo agli abissi, e ritrovatisi in cuore la terribile loro collera primordiale. Ora in quel campo di battaglia, battaglia durata un attimo, dopo quindici giorni si procede all’opera ultima e postuma.»
Giovanni Pascoli
Commemorazione presso l'Università di Bologna (1909)«Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte. Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, immagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie.
È un luogo sacro questo. Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell’aurora, sotto le porpore iridescenti dell’occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; ma quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sè lacrime, ma quella cui segue l’oblio.
Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia.»